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Cosa importa di più: seguire il lontano e breve indizio di vita sociale in un luogo, che d’altronde non aveva neanche un nome proprio, o cominciare a ricordare la spinta economica e politica che, come in ogni altra parte del mondo, ha fatto, o fa, esplodere un paese o una città in un brevissimo tempo?
Migliarino è un paese nato due volte e quindi è difficile farne la storia con il solo ardore dell’emotività della ricerca. In un libro, riguardante il parco San Rossore Migliarino Massaciuccoli, uscito un paio di anni fa, oltre a chiamare “conti” i Salviati, si attribuiva al nostro paese l’antico nome di “Montioni”. Calma!
Montioni è un chiaro toponimo di un luogo con alti mucchi di rena, (ossia le antiche dune ormai scomparse da tanto tempo), che si trovava, e si trova, vicino al confine con Torre del lago e luogo disabitato da sempre.
L’antico Migliarino non era una località precisa, né era un nucleo abitativo, un pagus, un vicus o una statio. Era semplicemente una immensa distesa di boschi dove si era addentrata la romana “Via Aurelia” nel suo tracciato costiero e dove non viveva nessuno, tranne animali selvatici, fino al suo passaggio da Selva Palatina, selva che serviva per le cacce “di palazzo” dei signori che si avvicendavano al potere italiano o toscano, a Tenuta di una nobile e ricca famiglia fiorentina: i Salviati.
La strada romana, chiamata con i diversi nomi di “Aurelia”, “Emilia”, “di Pietrasanta”, “regia”, “romana”, manteneva, sepolte dalla e nella vegetazione, alcune pietre miliari che fecero conoscere quel luogo, la tenuta Salviati cioè, come al “MIGLIARINO”.
Il disboscamento di alcune parti del bosco dette spazio a campi e case sparse di contadini, e i Duchi Salviati edificarono una chiesa (1819), una scuola (1858), uno spaccio, ma la località non era ancora paese, bensì: un territorio dove le abitazioni, disseminate a grande distanza le une dalle altre, erano in comunicazione fra loro mediante strade impraticabili, nelle meno cattive si viaggiava appena con carri trainati da buoi, ed è con questo mezzo che le nostre suore andavano a visitare i malati, le altre strade erano delle vere fosse, dove si camminava a stento, affondando nel fango durente l’inverno e coprendosi di polvere durante l’estate. (dalle Memorie di Suor Dulac, 1886).
La comunità di Vecchiano aveva giurisdizione sopra “il popolo” di San Frediano, di Sant’Alessandro, di Avane, di Filettole, di Nodica e di Malaventre. Quando nel 1844 l’Arno esondò a Vicopisano causando enormi danni, vennero richiesti aiuti a tutti i comuni del pisano. Il Popolo di Vecchiano , al completo delle due frazioni , racimolò 13 Lire in contanti e altrettante ricavate dalla vendita di uova, canapa, granturco e fagioli. Il Popolo di Nodica diede in totale 22 Lire. Il Popolo di Avane 6 Lire in canapa ed uova e 7 in contanti. Il Popolo di Filettole 32 Lire (7 in contanti e 25 dal ricavato di olio, grano, granturco e canapa).
Il Popolo di Malaventure 13 Lire di granturco e la TENUTA DI MIGLIARINO 24 Lire tutte in contanti pari ad una Lira ciascuno dei 24 contadini che lavoravano le terre dell’allora Duca Scipione Borghese Salviati. È a proposito di questo illuminato duca che la Tenuta ebbe un ampliamento di case coloniche, fattorie, scuola maschile e femminile, chiesa, villa e, cosa più importante per la nascita del futuro Migliarino, una nuova strada da Viareggio a Pisa e la costruzione del Ponte sul Serchio che si volle chiamare: “Ponte presso Arbavola”.
Fino ad allora si andava a Pisa con una barca traiettizia che traghettava i viaggiatori e le merci partendo da una località di Malaventre che prese il significativo nome di “La Barca”. L’apertura del ponte avvenne nel dicembre 1856 e in pochissimi anni la mole dei traffici era così aumentata che sorsero case ed osterie, ma sempre nel paese di Malaventre, frazione La Barca.
La neonata ferrovia Pisa-Spezia chiese ed ottenne, dalla “Società anonima per la gestione del ponte”, di far transitare i convogli sulla metà della carreggiata della massiccia costruzione in pietra, ma dopo pochi anni si decise per un nuovo ponte in ferro solo per i treni, dato l’aumento del traffico veicolare e di quello ferrato che rendeva insicura l’opera. Dall’archivio comunale sulla richiesta di licenze per la vendita di prodotti alimentari e vini, si legge che, dai primi anni del 1900, vi erano (a Malaventre):
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Caffè dei passeggeri di Franceschi Giovanni fu Andrea Via Emilia (?) 14 |
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Caffè vini liquori trattoria di Baroncini Arturo fu Giuseppe Via Emilia 9 |
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Caffè vini liquori trattoria di Ceccherini Enrichetta di Aurelio |
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Caffè vini liquori trattoria di Corucci Maddalena fu Angiolo Via Emilia 18 |
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Caffè vini liquori di Orlandi Argia di Mario Via Emilia 145 |
Una guida T.C.I del 1918 riporta nelle frazioni di Vecchiano: Malaventre e La Barca .
Le osterie suddette erano tutte a Malaventre, su una grande strada di comunicazione certo, ma non ancora a Migliarino, e invece tutti i migliarinesi sanno che il Bar del Carbognani in piazza era dove il Baroncini ha venduto ponci e fiaschi di vino fino al 1940!
La costruzione della stazione ferroviaria, la buonuscita dei Salviati ai parsimoniosi e oculati contadini che si pensionavano, i traffici nord sud (o viceversa), l’abbandono di Malaventre ormai troppo lontano dalle comunicazioni importanti, l’aumento demografico, la richiesta di mano d’opera e di tecnici per la nascente Radio sull’asse NodicaColtano, tutto contribuì finalmente a far parlare di MIGLIARINO.
Dalla stazione partivano carri merci carichi di pinoli lavorati nella grande pinolaia dei Duchi, carri di carciofi coltivati nel piano (che erano fra i più ricercati d’Italia), enormi quantità di barbabietole da zucchero e di spinaci ed il paese cresceva cresceva.
Venne costruito un Mercato ortofrutticolo, il Teatro del popolo, la chiesa della Barca (poi bombardata dagli americani), la sede della Pubblica assistenza, le case popolari, il Palazzo della Radio, quello delle Poste (anch’esso distrutto dai bombardamenti dell’esercito liberatore), il camposanto.
Tutto l’abitato era sull’asse della nuova via AureliaEmiliaPietrasantina e faceva assumere l’aspetto tipico di un “paese di strada” al nostro centro finché, agli inizi degli anni ’50, non fu aperta la “nuova Aurelia” dalla discesa del ponte sul Serchio fino al passaggio a livello di Mezzamacchia, saltando la vecchia strada che lambiva la fattoria Salviati, ma mettendo in comunicazione Viareggio e Pisa con l’uscita della nuovissima autostrada FirenzeMare e tutta l’Italia seppe che Migliarino era il nome del casello di uscita.
Fino ad allora vi era stata una netta divisione politica fra gli abitanti delle case vicine alla tenuta e quelli della parte più nuova e più vicina al ponte e Malaventre
Mentre i primi erano decisamente democristiani e cattolici (per amore o per forza non si sa), gli altri erano comunisti (per rivalsa o rancore o invidia non si sa) e Migliarino si sentiva già un poco diviso.
Ora però la divisione era netta! Ci aveva pensato l’ANAS!
Cominciò a circolare il nome di “Migliarino di là” per significare la parte verso mare e “Migliarino di qua” per la zona della Barca.
La Lazzi, da Pisa verso Viareggio, faceva pagare due distinte tariffe per chi scendeva a “Migliarino ponte” o chi andava fino a “Migliarino chiesa”, ma nessuno, fuori dal paese, faceva questa distinzione.
Tutti pescavano nello stesso fiume, andavano allo stesso mare (Bocca di Serchio) e non facevano distinzione alcuna nemmeno le guardie del Salviati quando, al casotto della “Catena”, dovevano rilasciare ai “migliarinesi” il permesso, giornaliero o settimanale, che permetteva loro di traversare la pineta per andare alle Case di marina.
Il resto lo sanno tutti. Resta però un poco di mistero, leggenda o fantasia, sull’etimologia delle diverse località nelle quali è diviso il paese.
Malaventre:
Anticamente vicinissimo al padule, al quale aveva dato il nome, era un luogo semideserto per una mortalità acuta dovuta ad una strana malattia creduta causata dai miasmi delle erbe palustri che maceravano. Era una “mala aria” o un “malo vento”, ed ecco nascere “malaria” e “Malaventre” .
A Malaventre nacque la rivolta dei pochi e miseri abitanti contro i Salviati per ottenere e mantenere l’uso di raccolta di erbe, legna e di pascolo, lotta durata secoli (dal 1197 al 1944) e vinta con l’attribuzione alla popolazione di un terreno di 100 ettari. gestito prima dal Comune di Vecchiano e poi, per la legge n.278 del 17 aprile 1957, da un Comitato per l’amministrazione separata dei beni di uso civico. L’A.S.B.U.C. , al quale chi scrive, insieme agli organizzatori di “Migliarinesi all’estero” e tutta la popolazione, deve i più sentiti ringraziamenti per l’aiuto dato, sia economico che morale, e per aver riconosciuto nella nostra opera un valore sociale e culturale, porta avanti da anni una politica di rilancio della nostra frazione.
Barca:
Già accennato il fatto del traghettamento
Fugata:
Podere e località Salviati. È forse parola longobarda per designare un luogo a pascolo (Fiwadia), ma che il compianto enciclopedico Pietro Gambini attribuiva allo storpiamento di “Affogata”, intendendo in ciò la zona della tenuta che rimaneva gran parte dell’anno sott’acqua prima dei lavori di colmata e di bonifica e che farebbe credibile il contrapposto e confinante luogo detto:
Isola:
Un’antichissima zona rialzata e al sicuro dalle esondazioni dei rami del Serchio che qui sfociavano in mare. Scavando per trarre sabbia e terra per la costruenda autostrada Sestri L.Livorno, vi fu scoperto un approdo romano ed una fattoria con fornace per la produzione di vasellame. Oggi è luogo di allenamento ippico, ma sulla carta archeologica viene segnalata come Cava Mori.
Bufalina:
Al termine del Granducato di Toscana fu scavato un fosso che doveva fare da confine con la Repubblica di Lucca e da scolo alle acque del lago di Massaciuccoli. Al di là di tale fosso i lucchesi bonificavano i terreni malarici con mano d’opera tolta alle galere e mandata al “confino”, (tale nome fu lasciato al nascente Torre del lago), mentre di qua vivevano le bufale granducali che si abbeveravano numerose al fosso finendo di attribuirgli il loro appellativo. A dir la verità ogni tanto le bestie “sconfinavano” andando a mangiare il poco e difficile raccolto facendo sorgere liti e controversie, ma forse era la scusa lucchese per dare inizio alla rappresaglia del “bracconaggio”.
Ora bufale non ce ne sono più, ma….
Catro:
Luogo sulla via Aurelia, a sinistra andando a Viareggio, fra il passaggio a livello e le Curve di Pietraccio (lo svincolo per Torre del lago o super strada).
Era detto “Catro al confine” perché dal cancello ( lat. Clathrum) della tenuta si passava alle terre della chiesa di San Niccolò in Palatino. Tale chiesa, della quale non restano che lievi tracce vicino alla zona di estrazione delle sabbie silicee, era chiamata “Chiesaccia” come quella che si trovava al:
Paradiso:
località di Malaventre che credo abbia preso il nome proprio dal fatto che vi fosse una chiesa, edificata poco dopo il 1200, e dove la popolazione, decimata da malaria e colera, si appoggiava per un trapasso ad una vita migliore. La chiesa era dedicata a San Lorenzo ed aveva, infissi sotto la gronda, una serie di bacini policromi simili a quelli di moltissime altre chiese di stile romanico pisano. All’inizio della strada, detta “del paradiso”, vi era una prima edicola dove i viandanti sostavano a pregare e un’altra immaginetta si trovava poco dopo quasi a limitare una “zona santa”, un “paradiso”.
Marina:
troppo comodo pensare a questa località di facile collocazione, detta meglio “Case di marina”, come abbinata alla nuova realtà balneare del comune: “Marina di Vecchiano” cioè. Era sempre stata invece un podere Salviati dove era stata ricavata una fornace, per la vicinanza delle argille portate dal Serchio, e dove venivano fabbricati tutti i mattoni occorrenti alla costruzione delle case coloniche ducali.
Agli inizi degli anni ’40, data il difficilissimo accesso al mare per la proprietà privata gelosamente riservata, in queste case furono ospitati segretamente i celebri sommozzatori guastatori che guidarono i loro mini sommergibili manuali, i famosi maiali., nelle incursioni contro le navi nemiche inglesi. In Serchio e a Bocca di Serchio, gli uomini della Decima Mas si allenavano in gran segreto e la Marina Militare ha apposto su una di queste case, in ricordo dei caduti, due lapidi commemorative, una in marmo e una in bronzo. Anni prima la stessa M.M. aveva costruito degli alloggi per il personale che, per un gioco di parole, divennero le “case della marina a marina”
Ora resta da sperare che questo lavoro spinga i “Migliarinesi all’estero” e “quelli in casa” ad ampliare, modificare, suggerire, criticare, anche lodare, telefonare, scrivere e far sentire in ogni modo che qualcosa è stato fatto per qualcosa e per qualcuno.
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Con affetto, Chiube
Migliarino, estate 2003.
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